Non c’è filo senza spine

di Emanuele Forzese, 2017

> Pubblicato su Genius Loci Architettura

A partire dalla scorsa estate, una sequenza di attentati condotti tramite veicoli lanciati sulla folla a Nizza, Berlino, Londra e, pochi giorni fa, Stoccolma ha acceso il dibattito sulla possibilità di difendere le città europee da eventuali attacchi terroristici stradali. La soluzione maggiormente adottata dalle amministrazioni cittadine consiste nel proteggere le aree pedonali mediante paletti, dissuasori, pesanti fioriere, inferriate e alti cordoli. Negli Stati Uniti, in seguito ai drammatici eventi dell’11 Settembre 2001, gli edifici militari e governativi devono essere obbligatoriamente protetti da paletti resistenti, capaci di fermare automobili e camion che viaggiano fino a una velocità di 80 chilometri orari e costruiti seguendo sia le indicazioni normative sia le linee guida del National Institute of Building Sciences. Pure in Italia le leggi antiterrorismo e sulla sicurezza stradale prevedono la tutela di particolari aree cittadine, attraverso l’utilizzo di protezioni certificate. Continua a leggere

(R)esistenza

di Emanuele Forzese, 2017

> Pubblicato sul blog Genius Loci Architettura

In ambito psicologico “resilienza” indica la capacità per una persona di reagire positivamente agli eventi traumatici, riorganizzando la propria esistenza dinanzi alle difficoltà e restando sensibile alle opportunità che si offrono di volta in volta. Tale concetto viene esteso dal singolo individuo all’intera comunità quando occorre analizzare le conseguenze indotte nei contesti sociali da gravi catastrofi naturali (quali uragani e inondazioni) o da azioni antropiche (tra cui attentati terroristici e guerre). Nel campo urbanistico si discute da tempo su politiche e pratiche delle “città resilienti” che, messe alla prova da circostanze correlate ai cambiamenti climatici e alla sicurezza, stanno sperimentando nuove risposte sociali, economiche e ambientali.

Oggi persino gli architetti si scoprono resilienti, essendo spinti ad acquisire competenze trasversali (rigorosamente certificate ai fini dei Crediti Formativi Professionali), a districarsi tra vincoli burocratici e finanziari, a rincorrere il successo con formalismi spettacolari, a mediare le esigenze di committenti e fruitori con le capacità di costruttori e operai.

Ma l’unica strategia attuabile consiste nell’adattarsi sempre e comunque, nel cercare a ogni costo di trasformare l’incertezza in occasione e il rischio in innovazione?

Leggendo i taccuini di Pietro Giorgio Zendrini emerge piuttosto una idea di “resistenza” quale condizione necessaria per ripensarsi progettisti, un modo di essere nel mondo (professionale) ancorato a due radici disciplinari: il costruire come strumento responsabile per vivere meglio e il progettare come interrogazione continua sulla complessità del quotidiano. L’architetto che desidera esistere e resistere nello svolgimento della professione deve ridare centralità alla cura, deve pensare ogni progetto come messa in opera del “buono”, prendendosi tutto il tempo necessario per riflettere sulle motivazioni che stanno alla sua base: valutazione dei bisogni, scelta e impiego dei materiali, confronto con il contesto, adozione di appropriati criteri formali, eccetera.

Per Zendrini la resistenza si concretizza cercando di fare cose “buone”, e lo dimostra egli stesso quando, posto davanti al ricatto di un cliente che pretende di sacrificare l’attenzione al sito per conferire “un po’ di estetica” al progetto di una piccola casa, sceglie di salvaguardare la bontà del proprio lavoro rinunciando all’incarico.

Alle instabilità di un mestiere che si è fatto “liquido” è necessario dunque opporre resistenza, cercando di comportarsi in ogni circostanza in accordo all’idea che ciascun progettista, pur con minime azioni, può contribuire a cambiare ciò che non va. Cercando di agire al meglio attraverso un progetto etico, prima ancora che urbano o architettonico.

forzese_2017_03_02_immagine 1
Appunti dei taccuini di Pietro Giorgio Zendrini (fonte: pgzendrini.com).

Meditazione #14

Spetta legittimamente all’utente futuro il potere decisionale. […] Il fatto di prendere una decisione implica che anche i rischi devono essere assunti da chi decide. Ogni sistema che non affida il diritto di decidere a chi deve subìre i rischi conseguenti a una decisione errata è un sistema immorale. È il caso del procedimento seguito attualmente dagli architetti e dagli urbanisti: essi decidono, la comunità ne subisce le conseguenze.

[…]

Se un utente della città è informato immediatamente delle probabili conseguenze di un’azione che ha intenzione di realizzare (seguire un itinerario, fermarsi in un luogo di sua scelta, ecc.) diviene possibile per lui modificare la sua intenzione precedente e correggere la sua azione, in modo da ottenere un risultato più conforme ai suoi desideri.

[…]

Chiamo, dal 1957, “architettura mobile” ogni soluzione che permetta agli utilizzatori di prendere una decisione diretta, e di trasformare essi stessi direttamente il loro ambiente, quando hanno deciso di rivedere e correggere la loro decisione precedente.

Yona Friedman, 1971: 37, 119, 146

Riferimenti

FRIEDMAN Yona, Pour une architecture scientifique, Paris, 1971; ed. it. Per una architettura scientifica, Roma, Officina Edizioni, 1975.