Antibiblioteca #57

Libro Io la mia casa la vorrei... Il disegno della casa reale e della casa ideale dei bambini a confronto. Con Contenuto digitale (fornito elettronicamente) Paola Federici

FEDERICI Paola, Io la mia casa la vorrei… Il disegno della casa reale e della casa ideale dei bambini a confronto, Milano, Franco Angeli, 2017.

L’uso del test proiettivo del disegno della casa può trasmetterci molte informazioni sui bambini, se questi vengono lasciati liberi di usare la propria immaginazione senza limiti. La casa disegnata spontaneamente dai bambini è infatti una proiezione di se stessi – perché racchiude un insieme di elementi simbolici densi di significato – e rivela i loro stati d’animo, i loro sogni, i loro vissuti, ma anche le loro preoccupazioni. Dopo una breve introduzione sul significato fondamentale delle varie parti della casa, l’Autrice propone un confronto sistematico tra il disegno della casa reale e quello della casa ideale dei bambini. Questa analisi offre la possibilità di comprendere non solo come i bambini vivono in famiglia, a scuola e con gli amici, ma anche quale grado di adattamento alla realtà hanno sviluppato, quanto i loro sogni siano realistici o legati invece ancora al mondo magico delle fiabe. Il confronto del disegno delle due case permette dunque a psicologi e pedagogisti di ottenere un “ritratto” dello stato emotivo del piccolo autore, anche a scopo diagnostico. Il volume, con un linguaggio semplice e chiaro, si rivolge inoltre a insegnanti e genitori che con il supporto degli esperti potranno avvicinarsi alla comprensione del mondo interiore dei bambini. Arricchisce il testo l’allegato online – disponibile nell’Area Multimediale del sito dell’editore – per la visione a colori dei disegni esaminati nel volume.

Meditazione #21

Ho scritto libri come “L’architettura mobile” e “Utopie realizzabili” per articolare compiutamente le mie teorie. Grazie allo sviluppo della tecnologia quelle proposte sono sempre più facili da realizzare e l’unica utopia da risolvere resta la raccolta del denaro necessario, ma questo è un problema per qualunque progetto di architettura […]. Centrali sono gli abitanti e l’uso degli edifici. Sono meno interessato agli architetti, me compreso: gli architetti e gli urbanisti non sono più degli artisti o quelli che prendono delle decisioni, ma solo dei pubblici servitori. Gli abitanti non devono essere considerati solo come dei consumatori, ma come dei professionisti altamente specializzati ed esperti in materia di habitat e, di conseguenza, devono essere coinvolti nella determinazione di ogni progetto. La realtà dipende sempre dall’immaginazione delle persone.

Yona Friedman

Riferimenti

[artemagazine.it]: Yona Friedman alla Casa dell’Architettura di Roma

Bellezza nel quotidiano

di Emanuele Forzese, 2017

> Pubblicato su Genius Loci Architettura

Definire la bellezza non è questione semplice: se in ambito filosofico il dibattito rimane tuttora aperto, in quello architettonico Renzo Piano coglie e sintetizza efficacemente tale difficoltà attraverso la dichiarazione tautologica “la bellezza è una bellissima idea”. Uno dei temi in discussione riguarda l’attribuzione di valore estetico a oggetti, edifici e spazi di uso quotidiano: la bellezza talvolta viene messa da parte negli aspetti ordinari della vita a causa del pregiudizio che la vede legata principalmente al campo artistico. Nel corso dei secoli, sarti, contadini o muratori hanno realizzato prodotti che a livello personale potevano giudicare belli, eppure la collettività di volta in volta ha scelto di tramandare unicamente le opere di artisti, poeti e romanzieri; siamo riusciti a ipotizzare quale fosse l’ideale di bellezza degli artigiani soltanto quando gli artisti hanno raffigurato abiti, attrezzi o capanne nelle loro opere.

L’interesse dell’architettura verso l’estetica del quotidiano registra due importanti contributi negli ultimi venti anni. Il primo è di Lucien Kroll, che enfatizza la costruzione giornaliera dei luoghi mediante piccoli gesti, inclusi i gerani alla finestra o la gabbietta con il canarino esposta nel balcone: «ogni essere umano ricostruisce, giorno dopo giorno, il mondo: questa è utopia. Ricostruiscono il proprio spazio, fanno ordine in casa: creano un mondo nuovo con quello che hanno, mettono a posto, cambiano qualcosa. È un’utopia domestica, minimalista» [Ecologie Urbane, 1996].

Recentemente il discorso è stato ripreso da Raul Pantaleo, che – trovandosi a operare in contesti segnati da guerre, malattie e povertà – invoca un’architettura capace di non piegarsi alla bruttezza della realtà, a cui gli esseri umani sembrano invece rassegnarsi lentamente. A suo avviso, immaginare un mondo “scandalosamente bello” – dove lo scandalo risiede nel ragionare in termini estetici quando si progetta in aree periferiche o marginali – è per un architetto più di un impegno professionale, è una meditata consapevolezza delle responsabilità legate alle proprie azioni progettuali. Il primo atto responsabile consiste nel considerare la bellezza un diritto fondamentale piuttosto che ridurla a merce, dal momento che essa costituisce «il primo gesto di cura e di amore, non un lusso. È una questione di cultura prima di tutto, e solo poi di denaro. Il problema si chiama profitto: la bellezza è un costo che non genera alcun utile e per questo è trascurata» [La sporca bellezza, 2016].

Una interessante prospettiva su come approcciare la questione estetica di elementi e spazi della quotidianità viene offerta dal fotografo André Vicente Gonçalves, che ha documentato centinaia di porte e finestre provenienti da varie zone geografiche nei progetti “Windows of the World” e “Doors of the World”. Entrambe le serie fotografiche esplorano l’evoluzione di due elementi architettonici essenziali secondo direzioni non sempre controllate dagli architetti; infatti, ogni collage richiama l’attenzione su dettagli che considerati singolarmente risultano spesso banali e insignificanti, ma raccolti tutti insieme mostrano il loro importante ruolo nella percezione complessiva di una città.

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L’architettura ha il compito inevitabile di immaginare una bellezza che sfugge alle mode effimere per inseguire concretezza e permanenza, che consente di puntare lo sguardo verso il cielo mantenendo i piedi ben saldi a terra, sempre alla ricerca dello spirito del luogo e delle persone pur agendo nella certezza costante del dubbio. E tenendo presente che a fare belli i luoghi contribuisce soprattutto il modo in cui sono abitati, perché, come ci ricorda Erri De Luca nella prefazione al saggio di Pantaleo, «la bellezza è anche un vaso di fiori davanti a una baracca misera ma pulita».

Meditazione #9

L’uomo articola lo spazio attraverso il suo corpo. L’uomo non è un essere dualistico in cui la carne e lo spirito sono sostanzialmente distinti, bensì un essere corporeo vivente, attivo nel mondo. Il “qui e ora” in cui questo corpo separato viene collocato è ciò che dapprima è dato per certo, e successivamente compare un “là”.

Attraverso la percezione di questa distanza, lo spazio circostante si manifesta come un’entità dotata di significati e valori diversificati. Dal momento che l’uomo ha una struttura fisica asimmetrica con una parte alta e una bassa, un lato sinistro e un lato destro, un davanti e un dietro, il mondo articolato, a sua volta, diventa naturalmente uno spazio eterogeneo. Il mondo articolato dal corpo è uno spazio vivo e vissuto.

Il corpo articola lo spazio. Nello stesso tempo, il corpo è articolato dallo spazio. Se “io” percepisco la realtà concreta come qualcosa di freddo e duro, “io” riconosco il corpo come qualcosa di caldo e morbido. In questo modo il corpo nella sua relazione dinamica con il mondo diventa il shintal. È soltanto il shintal inteso in questo senso che costruisce o comprende l’architettura. Il shintal è un essere sensibile che risponde al mondo.

Tadao Ando, 1988

Riferimenti

ANDO Tadao, “Shintal and Space”, in Architecture and Body, New York, Rizzoli, 1988, pubblicazione senza numerazione di pagine.

“Tesseract of Time”: tra danza e architettura

Sia l’architettura che la danza condividono la passione per lo spazio e la luce nel tempo; tuttavia, esse sono agli estremi opposti dello spettro rispetto al tempo. L’architettura è una delle arti di più lunga durata, mentre la realizzazione di uno spettacolo di danza può essere un processo rapido e il lavoro scompare così come le prestazioni che esso svolge. Qui le due arti si fondono in una compressione di tempo e spazio.

Steven Holl, Jessica Lang

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