Antibiblioteca #56

Libro Non industrial design. Contributi al discorso progettuale Flaviano Celaschi

CELASCHI Flaviano, Non Industrial Design. Contributi al discorso progettuale, Luca Sossella Editore, 2017.

Il discorso progettuale è un dialogo continuo che accoglie studiosi delle culture del progetto, progettisti, decisori pubblici e privati, studenti e cittadini, interessati al ruolo e agli strumenti che il design riveste nella società contemporanea. Un ruolo che si è molto accresciuto: in profondità come in estensione. Oggi in tantissime occasioni si parla di design non più come se fosse solo lo stile di un arredamento o di un’automobile, ma come processo. Ed è appunto di come il design sia diventato un processo e di quali potenzialità ancora relativamente poco sfruttate si possano ottenere da una sua divulgazione allargata, che parla questo libro. Il testo è articolato in tre “lezioni” che cercano di mettere al centro del discorso tre questioni contemporanee: la scoperta della centralità del corpo nel desiderio intenzionale dell’uomo di ogni tempo di modificare la realtà partendo dal sé (inteso come unicum tra corpo e mente); la necessità di apprendere l’arte di maneggiare i futuri e attraverso le pratiche dell’anticipazione progettare i percorsi per costruire futuri desiderabili; il mistero della creatività e le riflessioni sull’arte di insegnarla e la sensibilità per apprenderla.

Antibiblioteca #45

Libro Pier Luigi Nervi. Il modello come strumento di progetto Giulio Barazzetta

BARAZZETTA Giulio (a cura di), Pier Luigi Nervi. Il modello come strumento di progetto e costruzione, Macerata, Quodlibet, 2017.

L’utilizzo del modello quale strumento di rappresentazione dell’architettura nell’opera di Pier Luigi Nervi è l’oggetto d’indagine di questo volume e dell’omonima mostra presso il Politecnico di Milano. Entrambe le iniziative riuniscono i frutti delle più recenti ricerche in materia e s’inseriscono nel contesto di una sostanziale revisione dei rapporti fra ingegneria e architettura nel campo degli studi su strumenti e tecniche di progetto e costruzione. Come rileva il curatore Giulio Barazzetta, tale indagine è utile vista l’attualità del tema della modellazione strutturale: le questioni qui affrontate, infatti, riguardano «le tecniche convenzionali del progetto di architettura e una sua possibile cartografia che si vede sorgere nelle tecniche contemporanee di modellazione informatica della costruzione».

Meditazione #21

Ho scritto libri come “L’architettura mobile” e “Utopie realizzabili” per articolare compiutamente le mie teorie. Grazie allo sviluppo della tecnologia quelle proposte sono sempre più facili da realizzare e l’unica utopia da risolvere resta la raccolta del denaro necessario, ma questo è un problema per qualunque progetto di architettura […]. Centrali sono gli abitanti e l’uso degli edifici. Sono meno interessato agli architetti, me compreso: gli architetti e gli urbanisti non sono più degli artisti o quelli che prendono delle decisioni, ma solo dei pubblici servitori. Gli abitanti non devono essere considerati solo come dei consumatori, ma come dei professionisti altamente specializzati ed esperti in materia di habitat e, di conseguenza, devono essere coinvolti nella determinazione di ogni progetto. La realtà dipende sempre dall’immaginazione delle persone.

Yona Friedman

Riferimenti

[artemagazine.it]: Yona Friedman alla Casa dell’Architettura di Roma

Meditazione #19

Ed erano proprio quei tetti di Clear Haven, che soltanto gli uccelli o gli sporadici aerei potevano vedere, a svelare che l’architetto aveva lasciato una prova della complessità del suo progetto, che era in un certo senso fallito, perché proprio in questo punto la fortuita impotenza del luogo si rivelava nella sua irregolarità, nel suo disordine e nei suoi tentativi di porvi un rimedio: qui nascosti nella pioggia giacevano i segreti dell’architetto e molti dei suoi insuccessi. Tetti a punta, tetti piatti, tetti a piramide, tetti su cui si aprivano lucernari con il vetro colorato e si alzavano comignoli e bizzarri sistemi di scolo che si stendevano per un quarto di miglio o più, brillando qua e là nella luce come i tetti di una città visti dalla finestra di un abbaino lontano.

John Cheever, 1954: 275

Riferimenti

CHEEVER John, The Wapshot Chronicle, 1954; ed. it. Cronache della famiglia Wapshot, Milano, Feltrinelli, 2016.

 

(R)esistenza

di Emanuele Forzese, 2017

> Pubblicato sul blog Genius Loci Architettura

In ambito psicologico “resilienza” indica la capacità per una persona di reagire positivamente agli eventi traumatici, riorganizzando la propria esistenza dinanzi alle difficoltà e restando sensibile alle opportunità che si offrono di volta in volta. Tale concetto viene esteso dal singolo individuo all’intera comunità quando occorre analizzare le conseguenze indotte nei contesti sociali da gravi catastrofi naturali (quali uragani e inondazioni) o da azioni antropiche (tra cui attentati terroristici e guerre). Nel campo urbanistico si discute da tempo su politiche e pratiche delle “città resilienti” che, messe alla prova da circostanze correlate ai cambiamenti climatici e alla sicurezza, stanno sperimentando nuove risposte sociali, economiche e ambientali.

Oggi persino gli architetti si scoprono resilienti, essendo spinti ad acquisire competenze trasversali (rigorosamente certificate ai fini dei Crediti Formativi Professionali), a districarsi tra vincoli burocratici e finanziari, a rincorrere il successo con formalismi spettacolari, a mediare le esigenze di committenti e fruitori con le capacità di costruttori e operai.

Ma l’unica strategia attuabile consiste nell’adattarsi sempre e comunque, nel cercare a ogni costo di trasformare l’incertezza in occasione e il rischio in innovazione?

Leggendo i taccuini di Pietro Giorgio Zendrini emerge piuttosto una idea di “resistenza” quale condizione necessaria per ripensarsi progettisti, un modo di essere nel mondo (professionale) ancorato a due radici disciplinari: il costruire come strumento responsabile per vivere meglio e il progettare come interrogazione continua sulla complessità del quotidiano. L’architetto che desidera esistere e resistere nello svolgimento della professione deve ridare centralità alla cura, deve pensare ogni progetto come messa in opera del “buono”, prendendosi tutto il tempo necessario per riflettere sulle motivazioni che stanno alla sua base: valutazione dei bisogni, scelta e impiego dei materiali, confronto con il contesto, adozione di appropriati criteri formali, eccetera.

Per Zendrini la resistenza si concretizza cercando di fare cose “buone”, e lo dimostra egli stesso quando, posto davanti al ricatto di un cliente che pretende di sacrificare l’attenzione al sito per conferire “un po’ di estetica” al progetto di una piccola casa, sceglie di salvaguardare la bontà del proprio lavoro rinunciando all’incarico.

Alle instabilità di un mestiere che si è fatto “liquido” è necessario dunque opporre resistenza, cercando di comportarsi in ogni circostanza in accordo all’idea che ciascun progettista, pur con minime azioni, può contribuire a cambiare ciò che non va. Cercando di agire al meglio attraverso un progetto etico, prima ancora che urbano o architettonico.

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Appunti dei taccuini di Pietro Giorgio Zendrini (fonte: pgzendrini.com).

Antibiblioteca #18

biondi

BIONDI Emanuele, ROGNOLI Valentina, LEVI Marinella, Le neuroscienze per il design. La dimensione emotiva del progetto, Milano, Franco Angeli, 2010.

Quante volte nella vita ci è capitato di provare emozioni, o semplicemente di riferirsi a esse col pensiero, in momenti anche distanti fra loro, nel tempo, nello spazio, nella mente? Molte di quelle emozioni sono probabilmente scaturite da circostanze con le quali accidentalmente ci è capitato di entrare in relazione; di altre invece siamo andati volontariamente alla ricerca. Ma in questo più o meno denso susseguirsi di esperienze emotive, ciò di cui capita di avere minore consapevolezza è quanto possano essere rilevanti per la qualità della nostra vita anche le emozioni provocate dagli oggetti, dai prodotti che ci circondano, e con i quali ci relazioniamo nella nostra vita di ogni giorno. L’emozione è potenzialmente insita in ogni oggetto, progettato e non. Il designer, colui che forse più di ogni altro ha la responsabilità sociale del progetto, deve dunque prendere coscienza del fatto che la dimensione emotiva degli oggetti fisici può (e deve) essere progettata. Partendo da questo presupposto, il libro propone un approccio neuroscientifico ai meccanismi emotivi, provando a lanciare un ponte tra due discipline: le neuroscienze e il design. Grazie alle neuroscienze possiamo cercare di descrivere ciò che avviene nel sistema mente-cervello di un designer nel momento della creazione di un artefatto, e al tempo stesso cosa accade nel sistema mente-cervello di un utente quando con quel prodotto entra in relazione.

L’emozione è potenzialmente insita in ogni oggetto.

Il designer deve dunque prendere coscienza del fatto che la dimensione emotiva degli oggetti fisici può (e deve) essere progettata. Nel dibattito attuale intorno al design il tema delle emozioni ricopre un ruolo di particolare attenzione da parte di numerosi attori. Si parla infatti di emozioni secondo numerosi e differenti punti di vista, da quello, potremmo dire, prevalentemente “filosofico” a quello con un più spiccato orientamento al design strategico o al marketing.

Ciò che viene proposto in questo libro è un approccio neuroscientifico ai meccanismi emotivi. Esso ci consente di parlare anche di pensieri, di empatia e di stilemi, concetti fortemente correlati a quello più generale e più comunemente diffuso di emozione. Grazie alle neuroscienze, infatti, possiamo proporre approcci di metodo propri di questa disciplina, cercando in questo modo di descrivere ciò che avviene ad esempio nel sistema mente-cervello di un designer nel momento della creazione di un artefatto, o in quello di un utente quando con quel prodotto entra in relazione.

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Antibiblioteca #17

cross

CROSS Nigel, Design Thinking. Understating how designers think and work, Berg Publishers, 2011.

Design Thinking is the core creative process for any designer; this book explores and explains this apparently mysterious “design ability.” Focusing on what designers do when they design, Design Thinking is structured around a series of in-depth case studies of outstanding and expert designers, interwoven with overviews and analyses. The range covered reflects the breadth of design, from hardware and software design to architecture and Formula One. The book offers new insights into and understanding of design thinking, based on evidence from observation and investigation of design practice. Design Thinking is the distillation of the work of one of design’s most influential scholars. Nigel Cross goes to the heart of what it means to think and work as a designer. The book is an ideal guide for anyone who wants to be a designer or to know how good designers work in the field of contemporary design.

Antibiblioteca #9

vitta

VITTA Maurizio, Le voci delle cose. Progetto idea destino, Torino, Einaudi, 2016.

La cultura moderna ha ridotto la fitta presenza degli oggetti d’uso nella nostra esistenza quotidiana a due figure principali, la funzione e la forma, il corpo tecnico e il design. Ma la definizione è incompleta. In realtà, l’oggetto è la risultante di una serie di forze disparate, che in esso convergono, interagendo in profondità con la nostra storia. Questo libro prende in esame la realtà multiforme dell’oggetto quotidiano, all’inizio evocato dal bisogno, e poi via via immaginato nel desiderio, definito nella funzione, disegnato nel progetto, realizzato nella produzione, distribuito come merce, classificato nel comportamento di consumo, vissuto nell’uso, apprezzato nel godimento estetico e infine, non di rado, esaltato come bene culturale. Ciò che a prima vista sembrava una «cosa» inerte, si rivela dunque un essere proteiforme, generatore di energie semantiche, simboliche, estetiche, tecniche, economiche, culturali, fra le quali il problema della forma acquista valenze sempre diverse. Non è un «oggetto» quello che appare in questa prospettiva: è un evento, che si dipana dinanzi ai nostri occhi in una trasformazione continua, e che pure resta sempre inflessibilmente uguale a se stesso. Continua a leggere

Strategie progettuali del wu wei

Per chi non si domandi: “Che cosa devo fare? Che cosa devo fare?” non vi è nulla che io possa fare.

Confucio, Dialoghi

La strategia cinese del wu wei (“non agire”), diversamente da quanto lasci intendere il suo significato letterale, non corrisponde a una filosofia della inazione, bensì alla capacità di:

  • Cogliere le infinite potenzialità del presente, evitando forzature o pregiudizi dell’intelletto;
  • Eseguire azioni conformi alle leggi della natura ed ai comportamenti rituali;
  • Conseguire risultati senza scatenare conflitti;
  • Insegnare e imparare tramite l’esperienza, piuttosto che con le parole.

Applicando tali concetti in ambito architettonico, è possibile desumere quattro riflessioni utili per la pratica progettuale. Continua a leggere