Meditazione #20

Hans ricorda le sere in cui veniva l’architetto, dopo cena, e tutta la famiglia si raccoglieva intorno al tavolo della cucina, a studiare i disegni che quello portava. Hans ricorda la carta liscia, odorosa di petrolio, i grandi fogli difficili da ripiegare, le linee nette, nerissime, già in grado di far pensare alla solidità di un muro. Ricorda il silenzio iniziale che accoglieva ciascuno di quei fogli, il momento sospeso mentre venivano spiegati, gli sguardi ansiosi di mettere a fuoco, come davanti alle mappe di un paese dorato. Ecco la loro casa, grande, lussuosa, sorta dal niente nel mezzo di un campo.

Marco Mancassola, 2005: 36

Riferimenti

MANCASSOLA Marco, “Il ventisettesimo anno”, in ID., Il ventisettesimo anno. Due racconti sul sopravvivere, Roma, Minimum Fax, 2005.

Meditazione #19

Ed erano proprio quei tetti di Clear Haven, che soltanto gli uccelli o gli sporadici aerei potevano vedere, a svelare che l’architetto aveva lasciato una prova della complessità del suo progetto, che era in un certo senso fallito, perché proprio in questo punto la fortuita impotenza del luogo si rivelava nella sua irregolarità, nel suo disordine e nei suoi tentativi di porvi un rimedio: qui nascosti nella pioggia giacevano i segreti dell’architetto e molti dei suoi insuccessi. Tetti a punta, tetti piatti, tetti a piramide, tetti su cui si aprivano lucernari con il vetro colorato e si alzavano comignoli e bizzarri sistemi di scolo che si stendevano per un quarto di miglio o più, brillando qua e là nella luce come i tetti di una città visti dalla finestra di un abbaino lontano.

John Cheever, 1954: 275

Riferimenti

CHEEVER John, The Wapshot Chronicle, 1954; ed. it. Cronache della famiglia Wapshot, Milano, Feltrinelli, 2016.

 

Meditazione #18

Forse è nella dimensione delle cose che rimaniamo più spesso delusi e questo perché la mente stessa è una stanza talmente smisurata e labirintica che ci fa immaginare le cose più grandi di quelle che sono in realtà, che ci fa immaginare il Pantheon o l’Acropoli più grandi di quanto poi ci appaiono.

John Cheever, 1954: 157

Riferimenti

CHEEVER John, The Wapshot Chronicle, 1954; ed. it. Cronache della famiglia Wapshot, Milano, Feltrinelli, 2016.

Meditazione #11

Il posto agonizza ormai; qualcuno dirà che è già morto. Invece di continuare a cullarmi del suo crepuscolo farei meglio ad andare alla scoperta dello spazio nuovo che i miei compagni stanno sicuramente già occupando. Incorreggibili esteti a modo loro nel cambiar destino ai luoghi pubblici, cercano fin da quest’estate il posto giusto e nuovo dove riprendere i nostri giochi antichi e il modo di farcelo sapere. Per sostituire il nostro obitorio serve un territorio di frontiera, dove la gente di città non si senta più di casa e quelli della periferia non lo siano ancora. Quel posto è già stato trovato, forse, io in ogni caso non ne farò parola, un posto nato dalla città e dalla città abbandonato.

È vasto. Caotico, anch’esso pieno di scenari, di ribalte con svariati punti d’accesso e successivi gradini che convergono verso un centro. È un luogo aperto che pulsa al ritmo delle intemperie, con dei rifugi, dei ripari di fortuna, dei paraventi simbolici. Posto da squatter, da emarginati, da clandestini, senza diritti, quelli insomma che hanno delle buone ragioni per nascondersi, tipi da galera; ma è anche un luogo di passaggio, del disagio assoluto, impossibile, luogo della trasgressione tra il giorno e la notte, di passaggio tra il giorno e la notte, o tra la notte e il giorno, tra galera e libertà, tra libertà e galera, tra la prigione e il reato successivo, la miseria e i sogni di gloria. È uno spazio sporco dove nessuno potrebbe sistemarsi per più di qualche ora. Un posto per una sosta breve, dove riprendere fiato, o perdere la speranza, un luogo dove volere o non saperne più niente, dove attendere, o perdere, o non essere più soli, o per imbattersi nei propri simili e, per noi, gioire con loro.

Eudes Panel, 2004: 54-55

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Ignazio Emmolo, Fornace Penna, Sampieri (Scicli), 1909-1912. In origine stabilimento per la produzione di laterizi, questo manufatto di archeologia industriale in attesa di un nuovo destino ha  trovato una momentanea identità nella serie televisiva “Il Commissario Montalbano”, dove viene denominato  “La Mànnara”  e utilizzato quale sede di attività illecite.

Riferimenti

PANEL Eudes, “Sous les Arbres, à l’ombre du boulevard…”, in AA VV, Bloody Europe!, Roma, Playground, 2004.

Meditazione #10

Ci sono luoghi esterni e interni, locali e strade che fanno parte delle mie geografie quotidiane.

[…] Penso che di ogni persona vadano rispettati in particolare spazi e percorsi. Le geografie, appunto, come mappe interiori che si riflettono nei paesaggi, nelle strade, nelle abitudini.

Francesca Mazzucato, 2004: 152, 158

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Magut Design, Esercizi di Psicogeografia, Parco Media Valle Lambro, 2014.

Riferimenti

MAZZUCATO Francesca, “La pioggia di Marsiglia”, in AA VV, Bloody Europe!, Roma, Playground, 2004.

Meditazione #7

Se a un certo punto della propria vita ci si è lasciati la moschea e la chiesa alle spalle, il cinema può essere un luogo di meditazione. Come nel luogo di culto, la persona prostrata […] o quella in ginocchio non sa in che cosa è assorto il vicino o la vicina.

Nadine Gordimer, 2001: 208

Riferimenti

GORDIMER Nadine, The Pickup, 2001; ed. it. L’aggancio, Milano, Feltrinelli, 2011.

Meditazione #4

[…] Un aeroporto è un’ondeggiante, mutevole massa umana, dove tutto l’individualismo si riduce a due condizioni dell’esistenza, entrambe sospese, entrambe temporanee, entrambe un vuoto che precede la realtà: partenze, arrivi.

Nadine Gordimer, 2001: 131

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Locandina del film The Terminal, diretto da Steven Spielberg nel 2004.

Riferimenti

GORDIMER Nadine, The Pickup, 2001; ed. it. L’aggancio, Milano, Feltrinelli, 2011.

Meditazione #3

Deve darsi alla clandestinità. In questa città, come in tutte le città, esiste un mondo sotterraneo, l’unico posto per quelli di noi che non possono vivere, non hanno i mezzi, non solo i soldi, ma i mezzi prescritti per conformarsi a quello che gli altri chiamano mondo. La clandestinità. L’oscurità è l’unica libertà possibile per lui.

Nadine Gordimer, 2001: 66-67

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Riferimenti

GORDIMER Nadine, The Pickup, 2001; ed. it. L’aggancio, Milano, Feltrinelli, 2011.

Antibiblioteca #2

corbellini

CORBELLINI Giovanni, Lo spazio dicibile. Architettura e narrativa, Siracusa, LetteraVentidue, 2016.

“Quando un’opera raggiunge il suo massimo d’intensità”, scriveva Le Corbusier, “si produce un fenomeno di spazio indicibile”. Sembra quindi che la qualità ultima dell’architettura risieda nella resistenza alla descrizione. Tuttavia, per dirci questo e molto altro, il maestro svizzero ha pubblicato più di quaranta libri e la sua formula così convincente nel sostenere l’ineffabile mostra anche quanto il racconto sia capace di coglierlo. Parole e cose, architettura e comunicazione, intrattengono intense relazioni, soprattutto in un momento dominato da sempre più potenti mezzi informativi. Questo breve saggio s’interroga sulle molteplici intersezioni tra progetto e narrativa: sull’architettura “parlante”; sulla sua potenziale sostituzione da parte di mezzi più efficaci; sui paradossi della sua descrizione; sui processi che connettono i molteplici protagonisti di una realizzazione; sulla capacità del racconto di cambiare la percezione collettiva e di rendere possibili approcci innovativi.