Goodbye Bigness

di Emanuele Forzese, 2017

> Pubblicato su Genius Loci Architettura

La dimensione delle cose è da sempre fonte sia di illusione che di delusione: sebbene davanti le Piramidi e la Muraglia cinese l’uomo si esalti per la propria capacità di realizzare opere colossali, John Cheever nel romanzo “Cronache della famiglia Wapshot” sottolinea come gli sconfinati e labirintici percorsi della mente tendano a farci immaginare edifici quali il Pantheon o l’Acropoli più grandi di quanto siano in realtà.

A metà degli anni Novanta Rem Koolhaas descrive la “bigness” (grande dimensione) come una nuova specie architettonica che, grazie al supporto tecnologico, si dilata fino a entrare in una sfera amorale oltre il bene e il male. La grande dimensione produce una serie di rotture con scale metriche, strategie compositive, tradizioni locali, a causa delle quali l’impatto di un edificio sul sito non dipende più dalla sua qualità; la dismisura esiste, o al massimo coesiste, con il contesto senza instaurare alcun rapporto, poiché «non ha più bisogno della città: è in competizione con la città; rappresenta la città, svuota di significato la città; o, ancora meglio, è la città» [Bigness, 1994].

L’esempio più recente che incarna perfettamente la teoria della bigness è l’Apple Park, il “centro per la creatività e la collaborazione” voluto da Steve Jobs e progettato da Norman Foster in un’area di settanta ettari a Cupertino in California. Il campus, costituito da un edificio ad anello che contiene duecentosessantamila metri quadri interamente rivestito da enormi pannelli di vetro curvo, si configura come un vero e proprio sistema urbano per dodicimila impiegati: al suo interno ospita uffici, laboratori di ricerca, un auditorium, un centro visitatori con spazi commerciali e caffetteria, un centro benessere e attrezzature varie. L’Apple Park vanta il primato di possedere il più grande impianto solare sul tetto e di essere l’edificio più grande del mondo a ventilazione naturale.

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Foster and Partners, Apple Park, Cupertino (fonte: fosterandpartners.com)

Se le principali aziende celebrano la propria presenza nel mercato globalizzato attraverso imponenti strutture, Aaron Betsky, in un articolo apparso sul Metropolis Magazine, descrive la piccola scala come scelta strategica per il futuro dell’architettura civica. Numerosi edifici di interesse pubblico risultano onerosi nelle spese di costruzione e manutenzione, e i loro spazi rimangono spesso inutilizzati in buona parte della giornata; le grandi infrastrutture quali ponti, dighe e strade sono – o dovrebbero essere urgentemente – oggetto di ricostruzione e riparazione, piuttosto che di nuova edificazione. La ormai cronica mancanza di fondi induce a focalizzare l’attenzione su interventi specifici che richiedono finanziamenti maggiormente ponderati, senza tuttavia farne derivare un’architettura banale e a buon mercato.

Temendo che le istituzioni civiche non abbiano alcuna ragione di investire nella qualità architettonica poiché questa non garantisce la rielezione ai politici né la promozione ai burocrati, Betsky suggerisce di ricorrere a infrastrutture collettive di piccola scala, anche temporanee, per svolgere nelle aree periferiche quel ruolo sociale e culturale che stadi e musei assumono a scala territoriale. Pertanto, agli architetti spetta il compito di attivare questi piccoli “momenti di speranza” capaci di ricostituire il senso dei luoghi e della comunità.

È il caso della Vegetable Nursery House di 1+1>2 International Architecture JSC, risultato della cooperazione tra i governi di Vietnam e Irlanda per sostenere i cittadini di Hanoi e incoraggiare abitudini più responsabili dell’ambiente. La costruzione, pur disponendo solo di sei metri quadri, è una serra per la coltivazione di verdure ma anche un luogo di riposo per gli agricoltori e di apprendimento per i bambini; composta da canne di bambù e duemila bottiglie di plastica riciclate, risulta inoltre facilmente spostabile per assecondare le esigenze della comunità locale.

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1+1>2 International Architecture JSC, Vegetable Nursery House, Hanoi (fonte: archdaily.com)

È giunto il tempo di congedarci, almeno per il momento, dalla grande dimensione? Certamente si tratta di un arrivederci e non di un addio, in attesa di tempi migliori in cui potremo aspirare nuovamente a costruire gigantesche strutture a servizio della società. Goodbye, Bigness.

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Bellezza nel quotidiano

di Emanuele Forzese, 2017

> Pubblicato su Genius Loci Architettura

Definire la bellezza non è questione semplice: se in ambito filosofico il dibattito rimane tuttora aperto, in quello architettonico Renzo Piano coglie e sintetizza efficacemente tale difficoltà attraverso la dichiarazione tautologica “la bellezza è una bellissima idea”. Uno dei temi in discussione riguarda l’attribuzione di valore estetico a oggetti, edifici e spazi di uso quotidiano: la bellezza talvolta viene messa da parte negli aspetti ordinari della vita a causa del pregiudizio che la vede legata principalmente al campo artistico. Nel corso dei secoli, sarti, contadini o muratori hanno realizzato prodotti che a livello personale potevano giudicare belli, eppure la collettività di volta in volta ha scelto di tramandare unicamente le opere di artisti, poeti e romanzieri; siamo riusciti a ipotizzare quale fosse l’ideale di bellezza degli artigiani soltanto quando gli artisti hanno raffigurato abiti, attrezzi o capanne nelle loro opere.

L’interesse dell’architettura verso l’estetica del quotidiano registra due importanti contributi negli ultimi venti anni. Il primo è di Lucien Kroll, che enfatizza la costruzione giornaliera dei luoghi mediante piccoli gesti, inclusi i gerani alla finestra o la gabbietta con il canarino esposta nel balcone: «ogni essere umano ricostruisce, giorno dopo giorno, il mondo: questa è utopia. Ricostruiscono il proprio spazio, fanno ordine in casa: creano un mondo nuovo con quello che hanno, mettono a posto, cambiano qualcosa. È un’utopia domestica, minimalista» [Ecologie Urbane, 1996].

Recentemente il discorso è stato ripreso da Raul Pantaleo, che – trovandosi a operare in contesti segnati da guerre, malattie e povertà – invoca un’architettura capace di non piegarsi alla bruttezza della realtà, a cui gli esseri umani sembrano invece rassegnarsi lentamente. A suo avviso, immaginare un mondo “scandalosamente bello” – dove lo scandalo risiede nel ragionare in termini estetici quando si progetta in aree periferiche o marginali – è per un architetto più di un impegno professionale, è una meditata consapevolezza delle responsabilità legate alle proprie azioni progettuali. Il primo atto responsabile consiste nel considerare la bellezza un diritto fondamentale piuttosto che ridurla a merce, dal momento che essa costituisce «il primo gesto di cura e di amore, non un lusso. È una questione di cultura prima di tutto, e solo poi di denaro. Il problema si chiama profitto: la bellezza è un costo che non genera alcun utile e per questo è trascurata» [La sporca bellezza, 2016].

Una interessante prospettiva su come approcciare la questione estetica di elementi e spazi della quotidianità viene offerta dal fotografo André Vicente Gonçalves, che ha documentato centinaia di porte e finestre provenienti da varie zone geografiche nei progetti “Windows of the World” e “Doors of the World”. Entrambe le serie fotografiche esplorano l’evoluzione di due elementi architettonici essenziali secondo direzioni non sempre controllate dagli architetti; infatti, ogni collage richiama l’attenzione su dettagli che considerati singolarmente risultano spesso banali e insignificanti, ma raccolti tutti insieme mostrano il loro importante ruolo nella percezione complessiva di una città.

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L’architettura ha il compito inevitabile di immaginare una bellezza che sfugge alle mode effimere per inseguire concretezza e permanenza, che consente di puntare lo sguardo verso il cielo mantenendo i piedi ben saldi a terra, sempre alla ricerca dello spirito del luogo e delle persone pur agendo nella certezza costante del dubbio. E tenendo presente che a fare belli i luoghi contribuisce soprattutto il modo in cui sono abitati, perché, come ci ricorda Erri De Luca nella prefazione al saggio di Pantaleo, «la bellezza è anche un vaso di fiori davanti a una baracca misera ma pulita».