Meditazione #8

L’umano è quell’animale che proprio perché non ha paure innate ha una paura indeterminata, ha paura della paura. Siccome non c’è un pericolo specifico, allora ha paura di tutto quello che potrebbe essere pericoloso. Ha paura di tutto, Homo sapiens. Per questo è l’unico vivente che ha bisogno di nascondersi e chiudersi dentro una casa. Perché Homo sapiens è un animale impaurito. Per questa ragione la prima preoccupazione dell’uomo è tracciare un confine, qui e là, dentro e fuori, con me e contro di me. Il primo pensiero umano è il filo spinato.

Il filo spinato non protegge affatto dal nemico là fuori, ma, al contrario, serve a tranquillizzare chi si trova al di qua del filo. La paura è dentro l’uomo. Il filo spinato è la prima casa. È la prima idea della casa.

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L’animale è dall’altra parte del filo spinato. E questa non è una condizione fortuita di qualche animale sfortunato, ma, al contrario, è la definizione dell’animale non umano: è un animale (non umano) quel vivente ristretto in uno spazio limitato. In questo senso anche l’animale che vive libero nella savana, in realtà ormai vive in un parco “naturale”, che è appunto uno spazio più o meno ampio delimitato dal filo spinato. Anche le possenti balene vivono in uno spazio artificiale, dal momento in cui gli oceani sono diventati riserve ittiche. Il filo spinato è talmente potente che esiste anche in versione liquida.

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Lo zoo è l’essenza della casa: sicurezza, protezione, prigione. E siccome abbiamo inventato la casa per difenderci non dagli animali, ma dalla nostra paura degli animali, ecco che ce li chiudiamo dentro.

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Gli animali, pazienti, ci aspettano. Ci osservano oltre le finestre delle nostre case, attraverso le sbarre delle gabbie degli zoo, dietro le immagini naturalistiche, dalle riviste illustrate, dovunque c’è qualche animale stupito che ci guarda […]. Si fanno ammazzare a miliardi perché non riescono a crederci. Filo spinato, insetticidi, diserbanti, trappole per topi, zoo, pesticidi, mattatoi, musei di zoologia, tutto un immenso apparato creato per distruggere gli animali. Perché gli animali sono comunisti, sono liberi, e non hanno paura di morire. Ora, tutto questo è cominciato con quel gesto, quel gesto-pensiero del muro, della casa chiusa, del filo spinato. Il futuro della vita, non solo della nostra, ovviamente, è possibile solo a condizione di tagliare quel filo spinato. Aprire le porte, abbattere gli steccati, spezzare le identità.

Felice Cimatti, 2016: 17, 20, 23, 27

Riferimenti

CIMATTI Felice, “Case e tane. Luoghi animali”, pp. 11-28, in AUGÉ Marc et al., Le case dell’uomo. Abitare il mondo, Torino, UTET, 2016.

Meditazione #6

Noi abbiamo bisogno di luoghi e passiamo il tempo a “fare luogo”, nella misura in cui abbiamo bisogno del rapporto e del legame con gli altri.

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L’uomo è un animale simbolico e ha bisogno di rapporti iscritti nello spazio e nel tempo; ha bisogno di “luoghi” in cui la sua identità individuale si costruisce nel contatto con gli altri, essendo messo alla prova degli altri.

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Creiamo ogni giorno degli abbozzi di luoghi, anche effimeri o superficiali: al caffè sotto casa, dal fornaio, negli esercizi commerciali della zona, e molti giovani si ritrovano nei grandi centri commerciali. È quindi impossibile compilare elenchi di luoghi assoluti e di nonluoghi assoluti nel senso empirico del termine: tutto può “fare luogo”.

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Oggi i nonluoghi sono il contesto di ogni luogo possibile. […] Uno degli aspetti della crisi attuale si deve alla tensione fra necessità del luogo ed evidenza della nuova contestualizzazione [che si definisce attraverso i “nonluoghi” della circolazione, del consumo e della comunicazione]. È la sfida che viene lanciata all’architettura: come creare un chez soi, una casa propria che sia anche un’apertura verso l’esterno? La questione del contesto ha sempre preoccupato gli architetti; d’ora in avanti essa si pone in termini nuovi.

Marc Augé, 2016: 7, 9, 10

Riferimenti

AUGÉ Marc, “La fine della preistoria dell’umanità come società planetaria”, in ID.  et al., Le case dell’uomo. Abitare il mondo, Torino, UTET, 2016.

[Forzese, 2014]: (In)coscienza costruttiva

di Emanuele Forzese (inedito, 2014)

Nelle opere di Maurits Cornelius Escher e Alberto Savinio spesso sono raffigurate scene metafisiche dove l’architettura funge da teatro dell’inconscio; invertendo i due termini si ottiene una questione cruciale: l’inconscio quale teatro dell’architettura, ovvero l’inconsapevolezza come orizzonte storico-culturale entro cui la società pensa, costruisce e trasforma il territorio. L’uomo-costruttore della contemporaneità sembra svolgere con minore efficacia il ruolo di “coscienza” della terra che abita.

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