Mentre Londra brucia. Rischio e responsabilità

di Emanuele Forzese, 2017

> pubblicato su Genius Loci Architettura

Per una curiosa coincidenza, il 1974 sovrappone la finzione cinematografica alla realtà. È l’anno in cui esce il film catastrofico “The Towering Inferno” (in Italia “Inferno di Cristallo”), diretto da John Guillermin e Irwin Allen. La trama ruota attorno alla drammatica cerimonia di inaugurazione a San Francisco dell’edificio più alto del mondo – 138 piani distribuiti su 550 metri di altezza – e prende avvio quando l’architetto Doug Roberts scopre che l’impianto elettrico non soddisfa gli adeguati standard di sicurezza a causa dell’utilizzo di materiali scadenti per risparmiare sui costi. Successivamente vengono mostrati i vari tentativi messi in atto dai vigili del fuoco per mettere in salvo i trecento ospiti intrappolati nel grattacielo dal rogo che si sviluppa a causa del surriscaldamento di alcuni cavi in un deposito di materiale infiammabile. Continua a leggere

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Bellezza nel quotidiano

di Emanuele Forzese, 2017

> Pubblicato su Genius Loci Architettura

Definire la bellezza non è questione semplice: se in ambito filosofico il dibattito rimane tuttora aperto, in quello architettonico Renzo Piano coglie e sintetizza efficacemente tale difficoltà attraverso la dichiarazione tautologica “la bellezza è una bellissima idea”. Uno dei temi in discussione riguarda l’attribuzione di valore estetico a oggetti, edifici e spazi di uso quotidiano: la bellezza talvolta viene messa da parte negli aspetti ordinari della vita a causa del pregiudizio che la vede legata principalmente al campo artistico. Nel corso dei secoli, sarti, contadini o muratori hanno realizzato prodotti che a livello personale potevano giudicare belli, eppure la collettività di volta in volta ha scelto di tramandare unicamente le opere di artisti, poeti e romanzieri; siamo riusciti a ipotizzare quale fosse l’ideale di bellezza degli artigiani soltanto quando gli artisti hanno raffigurato abiti, attrezzi o capanne nelle loro opere.

L’interesse dell’architettura verso l’estetica del quotidiano registra due importanti contributi negli ultimi venti anni. Il primo è di Lucien Kroll, che enfatizza la costruzione giornaliera dei luoghi mediante piccoli gesti, inclusi i gerani alla finestra o la gabbietta con il canarino esposta nel balcone: «ogni essere umano ricostruisce, giorno dopo giorno, il mondo: questa è utopia. Ricostruiscono il proprio spazio, fanno ordine in casa: creano un mondo nuovo con quello che hanno, mettono a posto, cambiano qualcosa. È un’utopia domestica, minimalista» [Ecologie Urbane, 1996].

Recentemente il discorso è stato ripreso da Raul Pantaleo, che – trovandosi a operare in contesti segnati da guerre, malattie e povertà – invoca un’architettura capace di non piegarsi alla bruttezza della realtà, a cui gli esseri umani sembrano invece rassegnarsi lentamente. A suo avviso, immaginare un mondo “scandalosamente bello” – dove lo scandalo risiede nel ragionare in termini estetici quando si progetta in aree periferiche o marginali – è per un architetto più di un impegno professionale, è una meditata consapevolezza delle responsabilità legate alle proprie azioni progettuali. Il primo atto responsabile consiste nel considerare la bellezza un diritto fondamentale piuttosto che ridurla a merce, dal momento che essa costituisce «il primo gesto di cura e di amore, non un lusso. È una questione di cultura prima di tutto, e solo poi di denaro. Il problema si chiama profitto: la bellezza è un costo che non genera alcun utile e per questo è trascurata» [La sporca bellezza, 2016].

Una interessante prospettiva su come approcciare la questione estetica di elementi e spazi della quotidianità viene offerta dal fotografo André Vicente Gonçalves, che ha documentato centinaia di porte e finestre provenienti da varie zone geografiche nei progetti “Windows of the World” e “Doors of the World”. Entrambe le serie fotografiche esplorano l’evoluzione di due elementi architettonici essenziali secondo direzioni non sempre controllate dagli architetti; infatti, ogni collage richiama l’attenzione su dettagli che considerati singolarmente risultano spesso banali e insignificanti, ma raccolti tutti insieme mostrano il loro importante ruolo nella percezione complessiva di una città.

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L’architettura ha il compito inevitabile di immaginare una bellezza che sfugge alle mode effimere per inseguire concretezza e permanenza, che consente di puntare lo sguardo verso il cielo mantenendo i piedi ben saldi a terra, sempre alla ricerca dello spirito del luogo e delle persone pur agendo nella certezza costante del dubbio. E tenendo presente che a fare belli i luoghi contribuisce soprattutto il modo in cui sono abitati, perché, come ci ricorda Erri De Luca nella prefazione al saggio di Pantaleo, «la bellezza è anche un vaso di fiori davanti a una baracca misera ma pulita».

(R)esistenza

di Emanuele Forzese, 2017

> Pubblicato sul blog Genius Loci Architettura

In ambito psicologico “resilienza” indica la capacità per una persona di reagire positivamente agli eventi traumatici, riorganizzando la propria esistenza dinanzi alle difficoltà e restando sensibile alle opportunità che si offrono di volta in volta. Tale concetto viene esteso dal singolo individuo all’intera comunità quando occorre analizzare le conseguenze indotte nei contesti sociali da gravi catastrofi naturali (quali uragani e inondazioni) o da azioni antropiche (tra cui attentati terroristici e guerre). Nel campo urbanistico si discute da tempo su politiche e pratiche delle “città resilienti” che, messe alla prova da circostanze correlate ai cambiamenti climatici e alla sicurezza, stanno sperimentando nuove risposte sociali, economiche e ambientali.

Oggi persino gli architetti si scoprono resilienti, essendo spinti ad acquisire competenze trasversali (rigorosamente certificate ai fini dei Crediti Formativi Professionali), a districarsi tra vincoli burocratici e finanziari, a rincorrere il successo con formalismi spettacolari, a mediare le esigenze di committenti e fruitori con le capacità di costruttori e operai.

Ma l’unica strategia attuabile consiste nell’adattarsi sempre e comunque, nel cercare a ogni costo di trasformare l’incertezza in occasione e il rischio in innovazione?

Leggendo i taccuini di Pietro Giorgio Zendrini emerge piuttosto una idea di “resistenza” quale condizione necessaria per ripensarsi progettisti, un modo di essere nel mondo (professionale) ancorato a due radici disciplinari: il costruire come strumento responsabile per vivere meglio e il progettare come interrogazione continua sulla complessità del quotidiano. L’architetto che desidera esistere e resistere nello svolgimento della professione deve ridare centralità alla cura, deve pensare ogni progetto come messa in opera del “buono”, prendendosi tutto il tempo necessario per riflettere sulle motivazioni che stanno alla sua base: valutazione dei bisogni, scelta e impiego dei materiali, confronto con il contesto, adozione di appropriati criteri formali, eccetera.

Per Zendrini la resistenza si concretizza cercando di fare cose “buone”, e lo dimostra egli stesso quando, posto davanti al ricatto di un cliente che pretende di sacrificare l’attenzione al sito per conferire “un po’ di estetica” al progetto di una piccola casa, sceglie di salvaguardare la bontà del proprio lavoro rinunciando all’incarico.

Alle instabilità di un mestiere che si è fatto “liquido” è necessario dunque opporre resistenza, cercando di comportarsi in ogni circostanza in accordo all’idea che ciascun progettista, pur con minime azioni, può contribuire a cambiare ciò che non va. Cercando di agire al meglio attraverso un progetto etico, prima ancora che urbano o architettonico.

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Appunti dei taccuini di Pietro Giorgio Zendrini (fonte: pgzendrini.com).

(In)coscienza costruttiva

di Emanuele Forzese (inedito, 2014)

Nelle opere di Maurits Cornelius Escher e Alberto Savinio spesso sono raffigurate scene metafisiche dove l’architettura funge da teatro dell’inconscio; invertendo i due termini si ottiene una questione cruciale: l’inconscio quale teatro dell’architettura, ovvero l’inconsapevolezza come orizzonte storico-culturale entro cui la società pensa, costruisce e trasforma il territorio. L’uomo-costruttore della contemporaneità sembra svolgere con minore efficacia il ruolo di “coscienza” della terra che abita.

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