Meditazione #21

Ho scritto libri come “L’architettura mobile” e “Utopie realizzabili” per articolare compiutamente le mie teorie. Grazie allo sviluppo della tecnologia quelle proposte sono sempre più facili da realizzare e l’unica utopia da risolvere resta la raccolta del denaro necessario, ma questo è un problema per qualunque progetto di architettura […]. Centrali sono gli abitanti e l’uso degli edifici. Sono meno interessato agli architetti, me compreso: gli architetti e gli urbanisti non sono più degli artisti o quelli che prendono delle decisioni, ma solo dei pubblici servitori. Gli abitanti non devono essere considerati solo come dei consumatori, ma come dei professionisti altamente specializzati ed esperti in materia di habitat e, di conseguenza, devono essere coinvolti nella determinazione di ogni progetto. La realtà dipende sempre dall’immaginazione delle persone.

Yona Friedman

Riferimenti

[artemagazine.it]: Yona Friedman alla Casa dell’Architettura di Roma

Breviario Cinico

di Emanuele Forzese, 2017

> Pubblicato su Genius Loci Architettura

Nella cultura architettonica il dizionario costituisce un riferimento autorevole che illustra elementi, teorie, stili, tipologie, architetti, tecniche costruttive e così via. Ma fino a che punto una raccolta di etichette contribuisce a interpretare correttamente la realtà?

Ambrose Bierce nel suo “Dizionario del diavolo” sovverte questa funzione rassicurante smascherando le distorsioni linguistiche celate nei vocabolari, allo scopo di polemizzare contro la falsità dilagante portando in scena l’ignobile teatrino della ipocrisia umana, in cui i valori vengono stravolti e svuotati di senso. Tra le definizioni incluse, alcune riguardano più o meno direttamente il lessico architettonico, e consentono di descrivere una sorta di breviario cinico.

Così, apprendiamo che l’architetto è «chi fa il disegno della vostra casa, facendo disegni sul vostro denaro», le cui azioni comportano delle responsabilità (fardello facilmente scaricabile sulle spalle di Dio, del Fato, del Destino, della Fortuna o del prossimo). L’architettura si configura come arte (termine impossibile da definire) di immaginare (magazzino di fatti, di proprietà congiunta del poeta e del bugiardo), costituita dalle fasi di pianificazione (preoccuparsi di trovare il modo migliore per ottenere un risultato fortuito) e realizzazione (morte dell’impegno e nascita della ripulsione) di costruzioni la cui grandezza è soggettiva, dal momento che «per un intelletto abituato alla relatività delle grandezze e delle distanze, gli spazi e le masse dell’astronomo non sarebbero più importanti di quelli di chi lavora al microscopio».

Nella sua attività l’architetto si confronta con la frontiera (linea immaginaria fra due nazioni, che ne separa i rispettivi diritti immaginari), con la pre-esistenza (fattore non rilevato nella creazione) e talvolta con il luogo comune (pensiero che sonnecchia fra parole che fumano, saggezza di un milione di stolti espressa dalle parole di un tonto, morale senza favola).

I risultati della progettazione sono opere di varia scala: edifici quali la casa (edificio cavo eretto come abitazione dell’uomo, del ratto, del topo, dello scarafaggio, della blatta, della mosca, della zanzara, della pulce, del bacillo e del microbo) e il palazzo (residenza elegante e costosa, in particolare quella di un funzionario importante), il mausoleo (l’ultima più esilarante follia del ricco) e il monumento (struttura costruita per commemorare qualcosa che non può o non ha bisogno di essere commemorato), la prigione (luogo di punizione e ricompensa) e il faro (alto edificio in riva al mare dove il governo tiene accesa una lampada e mantiene l’amico di un politico); infrastrutture come la strada (striscia che si può percorrere per spostarsi da dove è troppo faticoso stare a dove è inutile andare), la ferrovia (il principale di molti strumenti meccanici che ci permettono di andare da dove siamo a dove staremo meglio) e il porto (luogo dove le navi che si riparano dalle tempeste sono esposte alla furia della dogana); infine, le metropoli (baluardo del provincialismo) con il loro senso di urbanità (forme di cortesia che gli osservatori urbani attribuiscono agli abitanti di qualsiasi città tranne New York).

L’azione progettuale possiede una valenza sociale in quanto finalizzata a creare spazi architettonici e urbani per differenti categorie di utenti: dal residente (incapace di andarsene) al senzatetto (come si ritrova chi ha pagato tutte le tasse sugli immobili), dal pedone (parte variabile della strada per un’automobile) all’immigrato (persona sconsiderata convinta che un Paese sia meglio dell’altro); essa include anche una valenza espressiva che si può manifestare tanto nel dettaglio di un doccione (scarico per l’acqua piovana che sporge dalle gronde, di solito sotto forma di caricatura grottesca di un nemico personale dell’architetto o del committente) quanto in un edificio in stile sgangherato, ovvero «appartenente a un particolare ordine architettonico, anche noto come Americano Normale. Quasi tutti gli edifici pubblici statunitensi sono dell’ordine Sgangherato, sebbene qualche architetto della prima ora preferisse l’Ironico».

Abituati in qualità di progettisti a vedere le cose quali potrebbero essere, il cinismo – lungi dall’essere una mera provocazione – si rivela dunque un utile filtro che ci aiuta ogni tanto a osservare le cose come sono.

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Gargolla (o doccione) a forma di drago del Duomo di Milano (fonte: it.wikipedia.org)

Meditazione #20

Hans ricorda le sere in cui veniva l’architetto, dopo cena, e tutta la famiglia si raccoglieva intorno al tavolo della cucina, a studiare i disegni che quello portava. Hans ricorda la carta liscia, odorosa di petrolio, i grandi fogli difficili da ripiegare, le linee nette, nerissime, già in grado di far pensare alla solidità di un muro. Ricorda il silenzio iniziale che accoglieva ciascuno di quei fogli, il momento sospeso mentre venivano spiegati, gli sguardi ansiosi di mettere a fuoco, come davanti alle mappe di un paese dorato. Ecco la loro casa, grande, lussuosa, sorta dal niente nel mezzo di un campo.

Marco Mancassola, 2005: 36

Riferimenti

MANCASSOLA Marco, “Il ventisettesimo anno”, in ID., Il ventisettesimo anno. Due racconti sul sopravvivere, Roma, Minimum Fax, 2005.

Meditazione #19

Ed erano proprio quei tetti di Clear Haven, che soltanto gli uccelli o gli sporadici aerei potevano vedere, a svelare che l’architetto aveva lasciato una prova della complessità del suo progetto, che era in un certo senso fallito, perché proprio in questo punto la fortuita impotenza del luogo si rivelava nella sua irregolarità, nel suo disordine e nei suoi tentativi di porvi un rimedio: qui nascosti nella pioggia giacevano i segreti dell’architetto e molti dei suoi insuccessi. Tetti a punta, tetti piatti, tetti a piramide, tetti su cui si aprivano lucernari con il vetro colorato e si alzavano comignoli e bizzarri sistemi di scolo che si stendevano per un quarto di miglio o più, brillando qua e là nella luce come i tetti di una città visti dalla finestra di un abbaino lontano.

John Cheever, 1954: 275

Riferimenti

CHEEVER John, The Wapshot Chronicle, 1954; ed. it. Cronache della famiglia Wapshot, Milano, Feltrinelli, 2016.

 

(R)esistenza

di Emanuele Forzese, 2017

> Pubblicato sul blog Genius Loci Architettura

In ambito psicologico “resilienza” indica la capacità per una persona di reagire positivamente agli eventi traumatici, riorganizzando la propria esistenza dinanzi alle difficoltà e restando sensibile alle opportunità che si offrono di volta in volta. Tale concetto viene esteso dal singolo individuo all’intera comunità quando occorre analizzare le conseguenze indotte nei contesti sociali da gravi catastrofi naturali (quali uragani e inondazioni) o da azioni antropiche (tra cui attentati terroristici e guerre). Nel campo urbanistico si discute da tempo su politiche e pratiche delle “città resilienti” che, messe alla prova da circostanze correlate ai cambiamenti climatici e alla sicurezza, stanno sperimentando nuove risposte sociali, economiche e ambientali.

Oggi persino gli architetti si scoprono resilienti, essendo spinti ad acquisire competenze trasversali (rigorosamente certificate ai fini dei Crediti Formativi Professionali), a districarsi tra vincoli burocratici e finanziari, a rincorrere il successo con formalismi spettacolari, a mediare le esigenze di committenti e fruitori con le capacità di costruttori e operai.

Ma l’unica strategia attuabile consiste nell’adattarsi sempre e comunque, nel cercare a ogni costo di trasformare l’incertezza in occasione e il rischio in innovazione?

Leggendo i taccuini di Pietro Giorgio Zendrini emerge piuttosto una idea di “resistenza” quale condizione necessaria per ripensarsi progettisti, un modo di essere nel mondo (professionale) ancorato a due radici disciplinari: il costruire come strumento responsabile per vivere meglio e il progettare come interrogazione continua sulla complessità del quotidiano. L’architetto che desidera esistere e resistere nello svolgimento della professione deve ridare centralità alla cura, deve pensare ogni progetto come messa in opera del “buono”, prendendosi tutto il tempo necessario per riflettere sulle motivazioni che stanno alla sua base: valutazione dei bisogni, scelta e impiego dei materiali, confronto con il contesto, adozione di appropriati criteri formali, eccetera.

Per Zendrini la resistenza si concretizza cercando di fare cose “buone”, e lo dimostra egli stesso quando, posto davanti al ricatto di un cliente che pretende di sacrificare l’attenzione al sito per conferire “un po’ di estetica” al progetto di una piccola casa, sceglie di salvaguardare la bontà del proprio lavoro rinunciando all’incarico.

Alle instabilità di un mestiere che si è fatto “liquido” è necessario dunque opporre resistenza, cercando di comportarsi in ogni circostanza in accordo all’idea che ciascun progettista, pur con minime azioni, può contribuire a cambiare ciò che non va. Cercando di agire al meglio attraverso un progetto etico, prima ancora che urbano o architettonico.

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Appunti dei taccuini di Pietro Giorgio Zendrini (fonte: pgzendrini.com).

Meditazione #16

La bruttezza non svanirà neanche dall’ambiente. Le città si sono trasformate in garage ed autopiste. I centri storici, lavati e sciacquati pietra per pietra, e invasi da venditori di ninnoli tutti uguali da Firenze a Katmandu passando per New York e Adelaide e magari anche per Macondo e Donogoo-Tonka e la contea di Yoknapatawpha. Musei dovunque, e dovunque turisti. E i pub al posto delle osterie, i MacDonald’s al posto delle trattorie, delle latterie, delle friggitorie. Tutti uguali, ma tutti acchittati, disegnati e decorati da architetti DOC.

Goffredo Fofi, 2006: 92

Riferimenti

FOFI Goffredo, Da pochi a pochi. Appunti di sopravvivenza, Milano, Elèuthera, 2006.

Meditazione #14

Spetta legittimamente all’utente futuro il potere decisionale. […] Il fatto di prendere una decisione implica che anche i rischi devono essere assunti da chi decide. Ogni sistema che non affida il diritto di decidere a chi deve subìre i rischi conseguenti a una decisione errata è un sistema immorale. È il caso del procedimento seguito attualmente dagli architetti e dagli urbanisti: essi decidono, la comunità ne subisce le conseguenze.

[…]

Se un utente della città è informato immediatamente delle probabili conseguenze di un’azione che ha intenzione di realizzare (seguire un itinerario, fermarsi in un luogo di sua scelta, ecc.) diviene possibile per lui modificare la sua intenzione precedente e correggere la sua azione, in modo da ottenere un risultato più conforme ai suoi desideri.

[…]

Chiamo, dal 1957, “architettura mobile” ogni soluzione che permetta agli utilizzatori di prendere una decisione diretta, e di trasformare essi stessi direttamente il loro ambiente, quando hanno deciso di rivedere e correggere la loro decisione precedente.

Yona Friedman, 1971: 37, 119, 146

Riferimenti

FRIEDMAN Yona, Pour une architecture scientifique, Paris, 1971; ed. it. Per una architettura scientifica, Roma, Officina Edizioni, 1975.

Meditazione #13

Tutti gli abusi professionali praticati oggi da certe corporazioni e gruppi di architetti, dipendono dal loro timore davanti ai metodi scientifici (“l’architetto e l’urbanista sono degli artisti”), timore giustificato dalla loro ignoranza. Cosa insegneremo dunque ai futuri architetti in mancanza di metodi scientifici?

La stessa paura si manifesta troppo spesso nella stampa professionale (le riviste di architettura). Vi si trovano delle fotografie molto belle, ma non v’è esposto alcun metodo. Come potranno giungere fino agli architetti i risultati ottenuti dai ricercatori?

Dopo aver ben sostenuto questi sbarramenti, gli ipocriti scrivono; l’architettura è in ritardo! noi dobbiamo industrializzare! ecc. Essi si lamentano dei particolari senza riconoscere che non è stata fatta nessuna ricerca di base. Ci si contenta di “giocare con i volumi”, d’introdurre delle dominanti “verticali” ecc., ma nessuno si occupa delle possibilità di organizzazione di una città, della formazione di nuovi gruppi sociali, delle interrelazioni tra il reddito nazionale e lo schema di organizzazione di una città.

A questa malattia di formalismo soccombono spesso gli stessi innovatori. La maggior parte delle proposte “rivoluzionarie” propongono solo delle forme nuove invece di adattare la città alla nuova vita.

Yona Friedman, 1971: 213-214

Riferimenti

FRIEDMAN Yona, Pour une architecture scientifique, Paris, 1971; ed. it. Per una architettura scientifica, Roma, Officina Edizioni, 1975.

Meditazione #6

Noi abbiamo bisogno di luoghi e passiamo il tempo a “fare luogo”, nella misura in cui abbiamo bisogno del rapporto e del legame con gli altri.

[…]

L’uomo è un animale simbolico e ha bisogno di rapporti iscritti nello spazio e nel tempo; ha bisogno di “luoghi” in cui la sua identità individuale si costruisce nel contatto con gli altri, essendo messo alla prova degli altri.

[…]

Creiamo ogni giorno degli abbozzi di luoghi, anche effimeri o superficiali: al caffè sotto casa, dal fornaio, negli esercizi commerciali della zona, e molti giovani si ritrovano nei grandi centri commerciali. È quindi impossibile compilare elenchi di luoghi assoluti e di nonluoghi assoluti nel senso empirico del termine: tutto può “fare luogo”.

[…]

Oggi i nonluoghi sono il contesto di ogni luogo possibile. […] Uno degli aspetti della crisi attuale si deve alla tensione fra necessità del luogo ed evidenza della nuova contestualizzazione [che si definisce attraverso i “nonluoghi” della circolazione, del consumo e della comunicazione]. È la sfida che viene lanciata all’architettura: come creare un chez soi, una casa propria che sia anche un’apertura verso l’esterno? La questione del contesto ha sempre preoccupato gli architetti; d’ora in avanti essa si pone in termini nuovi.

Marc Augé, 2016: 7, 9, 10

Riferimenti

AUGÉ Marc, “La fine della preistoria dell’umanità come società planetaria”, in ID.  et al., Le case dell’uomo. Abitare il mondo, Torino, UTET, 2016.

Antibiblioteca #3

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PINTO Aldo, L’architetto non serve?!, Albatros, 2016.

Il sogno di un bambino di diventare architetto raccontato attraverso gli episodi della sua vita: dai lego all’università, dai primi disegni su carta millimetrata ai progetti esecutivi, dall’educazione tecnica ai laboratori di progettazione. I viaggi sono parte integrante della vita di un architetto e costituiscono il suo bagaglio culturale, storico e artistico; per questo largo spazio viene dato ai diversi viaggi che l’autore ha compiuto in solitaria alla scoperta dell’architettura, dal periodo classico al contemporaneo. Il lavoro dell’architetto, la sua formazione, la sua realtà contemporanea, vengono tratteggiati attraverso i disegni e le parole di un giovane che ha iniziato a digitare un testo sulla sua vita e sull’architettura all’età di 23 anni, lavorandoci per più di 10 anni, rendendosi infine conto che l’architettura, e la sua vita, sono indivisibili; da qui l’idea di una scuola di architettura differente dalle università, un modo di diventare architetti che non preveda la “semplice laurea”. Il testo si conclude con un saggio sull’”architettura del punto di vista” riguardante la concezione di un solido (edificio o monumento che possa essere) che sovverte le regole del disegno, mettendo in crisi la sua rappresentazione grafica, e la sua percezione spaziale. Un percorso che, partendo dal significato di “architettura” ridefinisce il ruolo dell’architetto, l’importanza della sua figura e la sua utilità nella società contemporanea.