Meditazione #21

Ho scritto libri come “L’architettura mobile” e “Utopie realizzabili” per articolare compiutamente le mie teorie. Grazie allo sviluppo della tecnologia quelle proposte sono sempre più facili da realizzare e l’unica utopia da risolvere resta la raccolta del denaro necessario, ma questo è un problema per qualunque progetto di architettura […]. Centrali sono gli abitanti e l’uso degli edifici. Sono meno interessato agli architetti, me compreso: gli architetti e gli urbanisti non sono più degli artisti o quelli che prendono delle decisioni, ma solo dei pubblici servitori. Gli abitanti non devono essere considerati solo come dei consumatori, ma come dei professionisti altamente specializzati ed esperti in materia di habitat e, di conseguenza, devono essere coinvolti nella determinazione di ogni progetto. La realtà dipende sempre dall’immaginazione delle persone.

Yona Friedman

Riferimenti

[artemagazine.it]: Yona Friedman alla Casa dell’Architettura di Roma

Meditazione #20

Hans ricorda le sere in cui veniva l’architetto, dopo cena, e tutta la famiglia si raccoglieva intorno al tavolo della cucina, a studiare i disegni che quello portava. Hans ricorda la carta liscia, odorosa di petrolio, i grandi fogli difficili da ripiegare, le linee nette, nerissime, già in grado di far pensare alla solidità di un muro. Ricorda il silenzio iniziale che accoglieva ciascuno di quei fogli, il momento sospeso mentre venivano spiegati, gli sguardi ansiosi di mettere a fuoco, come davanti alle mappe di un paese dorato. Ecco la loro casa, grande, lussuosa, sorta dal niente nel mezzo di un campo.

Marco Mancassola, 2005: 36

Riferimenti

MANCASSOLA Marco, “Il ventisettesimo anno”, in ID., Il ventisettesimo anno. Due racconti sul sopravvivere, Roma, Minimum Fax, 2005.

Meditazione #19

Ed erano proprio quei tetti di Clear Haven, che soltanto gli uccelli o gli sporadici aerei potevano vedere, a svelare che l’architetto aveva lasciato una prova della complessità del suo progetto, che era in un certo senso fallito, perché proprio in questo punto la fortuita impotenza del luogo si rivelava nella sua irregolarità, nel suo disordine e nei suoi tentativi di porvi un rimedio: qui nascosti nella pioggia giacevano i segreti dell’architetto e molti dei suoi insuccessi. Tetti a punta, tetti piatti, tetti a piramide, tetti su cui si aprivano lucernari con il vetro colorato e si alzavano comignoli e bizzarri sistemi di scolo che si stendevano per un quarto di miglio o più, brillando qua e là nella luce come i tetti di una città visti dalla finestra di un abbaino lontano.

John Cheever, 1954: 275

Riferimenti

CHEEVER John, The Wapshot Chronicle, 1954; ed. it. Cronache della famiglia Wapshot, Milano, Feltrinelli, 2016.

 

Meditazione #18

Forse è nella dimensione delle cose che rimaniamo più spesso delusi e questo perché la mente stessa è una stanza talmente smisurata e labirintica che ci fa immaginare le cose più grandi di quelle che sono in realtà, che ci fa immaginare il Pantheon o l’Acropoli più grandi di quanto poi ci appaiono.

John Cheever, 1954: 157

Riferimenti

CHEEVER John, The Wapshot Chronicle, 1954; ed. it. Cronache della famiglia Wapshot, Milano, Feltrinelli, 2016.

Meditazione #17

In un mondo dove abbiamo barattato l’illusione della sicurezza con un controllo capillare delle nostre vite, dove chiediamo con insistenza più telecamere a sorvegliare i luoghi pubblici e più guardie a proteggere quelli privati, le biblioteche, le piazze, i parchi devono essere difesi come territori dell’anonimato, dell’incontro casuale, della libertà metropolitana.

Antonella Agnoli, 2009: 154

Riferimenti

AGNOLI Antonella, Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà, Roma-Bari, Laterza, 2009; riedizione 2014.

Meditazione #16

La bruttezza non svanirà neanche dall’ambiente. Le città si sono trasformate in garage ed autopiste. I centri storici, lavati e sciacquati pietra per pietra, e invasi da venditori di ninnoli tutti uguali da Firenze a Katmandu passando per New York e Adelaide e magari anche per Macondo e Donogoo-Tonka e la contea di Yoknapatawpha. Musei dovunque, e dovunque turisti. E i pub al posto delle osterie, i MacDonald’s al posto delle trattorie, delle latterie, delle friggitorie. Tutti uguali, ma tutti acchittati, disegnati e decorati da architetti DOC.

Goffredo Fofi, 2006: 92

Riferimenti

FOFI Goffredo, Da pochi a pochi. Appunti di sopravvivenza, Milano, Elèuthera, 2006.

Meditazione #15

Ma naturalmente la macchina non è solo “la macchina”, il suo regno è ancora più grande, onnipresente. Siamo dominati dalle macchine, dipendiamo ormai in tutto dalle macchine. Acqua e luce, banche e ospedali… tutto. E la macchina ha irresistibilmente invaso anche i nostri corpi, e creato a sua misura modelli che ci si ostina a chiamare ancora umani. La fantascienza se ne è accorta per prima – Ballard, Dick, Vonnegut, ma anche Sheckley, Brown, Sturgeon… – e quasi mai (Asimov) in modi ottimistici, positivi. La città stessa, per loro, è una macchina, o ne dipende.

Goffredo Fofi, 2006: 27

Riferimenti

FOFI Goffredo, Da pochi a pochi. Appunti di sopravvivenza, Milano, Elèuthera, 2006.

Meditazione #14

Spetta legittimamente all’utente futuro il potere decisionale. […] Il fatto di prendere una decisione implica che anche i rischi devono essere assunti da chi decide. Ogni sistema che non affida il diritto di decidere a chi deve subìre i rischi conseguenti a una decisione errata è un sistema immorale. È il caso del procedimento seguito attualmente dagli architetti e dagli urbanisti: essi decidono, la comunità ne subisce le conseguenze.

[…]

Se un utente della città è informato immediatamente delle probabili conseguenze di un’azione che ha intenzione di realizzare (seguire un itinerario, fermarsi in un luogo di sua scelta, ecc.) diviene possibile per lui modificare la sua intenzione precedente e correggere la sua azione, in modo da ottenere un risultato più conforme ai suoi desideri.

[…]

Chiamo, dal 1957, “architettura mobile” ogni soluzione che permetta agli utilizzatori di prendere una decisione diretta, e di trasformare essi stessi direttamente il loro ambiente, quando hanno deciso di rivedere e correggere la loro decisione precedente.

Yona Friedman, 1971: 37, 119, 146

Riferimenti

FRIEDMAN Yona, Pour une architecture scientifique, Paris, 1971; ed. it. Per una architettura scientifica, Roma, Officina Edizioni, 1975.

Meditazione #13

Tutti gli abusi professionali praticati oggi da certe corporazioni e gruppi di architetti, dipendono dal loro timore davanti ai metodi scientifici (“l’architetto e l’urbanista sono degli artisti”), timore giustificato dalla loro ignoranza. Cosa insegneremo dunque ai futuri architetti in mancanza di metodi scientifici?

La stessa paura si manifesta troppo spesso nella stampa professionale (le riviste di architettura). Vi si trovano delle fotografie molto belle, ma non v’è esposto alcun metodo. Come potranno giungere fino agli architetti i risultati ottenuti dai ricercatori?

Dopo aver ben sostenuto questi sbarramenti, gli ipocriti scrivono; l’architettura è in ritardo! noi dobbiamo industrializzare! ecc. Essi si lamentano dei particolari senza riconoscere che non è stata fatta nessuna ricerca di base. Ci si contenta di “giocare con i volumi”, d’introdurre delle dominanti “verticali” ecc., ma nessuno si occupa delle possibilità di organizzazione di una città, della formazione di nuovi gruppi sociali, delle interrelazioni tra il reddito nazionale e lo schema di organizzazione di una città.

A questa malattia di formalismo soccombono spesso gli stessi innovatori. La maggior parte delle proposte “rivoluzionarie” propongono solo delle forme nuove invece di adattare la città alla nuova vita.

Yona Friedman, 1971: 213-214

Riferimenti

FRIEDMAN Yona, Pour une architecture scientifique, Paris, 1971; ed. it. Per una architettura scientifica, Roma, Officina Edizioni, 1975.