Perché il mio paesaggio vale. Appunti di autostima territoriale

di Emanuele Forzese, 2017

> Pubblicato su Genius Loci Architettura

Era il 1973, quando la modella e attrice Joanne Dusseau pronunciò la frase “Because I’m worth it” (“Perché io valgo”) – destinata a diventare uno degli slogan più famosi al mondo – all’interno di una campagna pubblicitaria lanciata da un gruppo industriale francese specializzato nel settore cosmetico. In oltre quaranta anni l’autostima ha dato vita ad un fiorente mercato di consumo che non conosce crisi: oltre ai fiumi di inchiostro versati su questo tema dai saggi scientifici ai manuali di self-help, oltre ai corsi e seminari che promettono di migliorare la valutazione di sé in ogni settore della vita, numerosi sono i prodotti commerciali cui viene applicata questa “magica etichetta” per incrementare le vendite.

In tutti i casi menzionati l’autostima è posta in relazione con l’individuo, ma perché non provare a estendere il ragionamento agli spazi della nostra quotidianità? Se io valgo, vale anche il paesaggio che abito? Continua a leggere

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(In)coscienza costruttiva

di Emanuele Forzese (inedito, 2014)

Nelle opere di Maurits Cornelius Escher e Alberto Savinio spesso sono raffigurate scene metafisiche dove l’architettura funge da teatro dell’inconscio; invertendo i due termini si ottiene una questione cruciale: l’inconscio quale teatro dell’architettura, ovvero l’inconsapevolezza come orizzonte storico-culturale entro cui la società pensa, costruisce e trasforma il territorio. L’uomo-costruttore della contemporaneità sembra svolgere con minore efficacia il ruolo di “coscienza” della terra che abita.

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Stress & the City

 

Una civiltà come la nostra, che si basa sull’integrazione in giganteschi macrocorpi politici di popolazioni individualistiche, è una realtà effettiva che esiste a un livello di estrema improbabilità. L’esistenza degli unicorni viene relegata nell’ambito fiabesco, mentre quell’animale fiabesco chiamato “società”, composto da milioni di teste realmente esistenti, lo accettiamo come dato di fatto scontato.

Peter Sloterdijk, 2011

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