(In)coscienza costruttiva

di Emanuele Forzese (inedito, 2014)

Nelle opere di Maurits Cornelius Escher e Alberto Savinio spesso sono raffigurate scene metafisiche dove l’architettura funge da teatro dell’inconscio; invertendo i due termini si ottiene una questione cruciale: l’inconscio quale teatro dell’architettura, ovvero l’inconsapevolezza come orizzonte storico-culturale entro cui la società pensa, costruisce e trasforma il territorio. L’uomo-costruttore della contemporaneità sembra svolgere con minore efficacia il ruolo di “coscienza” della terra che abita.

Di seguito si analizzeranno i campi filosofico, psicologico e architettonico, per tentare di dare risposta a un interrogativo pressante nell’epoca del disimpegno e della disaffezione ai luoghi: Fino a che punto la costruzione di edifici, infrastrutture, città e paesaggi costituisce l’esito di un processo cosciente?

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Alberto Savinio, Oggetti nella foresta, 1928

1. COSCIENTEMENTE ABITA L’UOMO

In ambito filosofico sin dall’epoca antica viene sottolineata la necessità della consapevolezza come modus operandi per l’edificazione: non a caso Aristotele nella sua Etica Nicomachea definisce la politica una scienza architettonica, in quanto tesa – analogamente all’arte del costruire – al conseguimento del bene supremo degli abitanti e dunque della città.

In epoca moderna Martin Heidegger pone l’accento sull’indissolubile legame tra l’Essere e l’Architettura: l’uomo esiste solo costruendo un habitat per il proprio intervallo spazio-temporale nel mondo. Da un lato “costruire” si traduce effettivamente in abitare, nel senso che si dimora sulla terra e sotto il cielo realizzando costruzioni; dall’altro “abitare” è il modo proprio di essere dell’uomo, il quale, soggiornando in un ambiente originariamente ostile, è costretto a trasformare il mondo e se stesso attraverso la costruzione e la fruizione.

Nella contemporaneità, a fronte di una pratica edificatoria oscillante tra funzionalismo e formalismo, tra sostenibilità e spettacolarità, Felix Duque propone una rilettura del pensiero heideggerieano: l’esistenza umana si dispiega pienamente nel rendere abitabile la terra secondo un processo cosciente, poiché tale azione è strettamente connessa alla disponibilità latente offerta da ciascun luogo; infatti, alla megalomania di coloro che pretenderebbero di trasformare tutto il territorio in suolo da edificazione, si contrappone l’idea che:

Erigere una città o mettere un tetto a un edificio implica prestare attenzione alle linee disegnate nei cieli: rette nelle costellazioni, curve nelle orbite planetarie.

Felix Duque, 2007

L’uomo-costruttore abita coscientemente sulla terra percependo la resistenza prestata da quest’ultima, che garantisce la firmitas di ogni costruzione umana; il suo compito architettonico consiste pertanto nella creazione di spazi artificiali funzionanti come campi di stimoli e risposte che soddisfano l’esigenza prettamente “animale” di territorio. Tali spazi che rendono abitabile il mondo sono generati dalle cosiddette “costruzioni-luoghi”, le quali non si riducono banalmente né a imitazione di elementi naturali né ad artefatti prodotti con questi, bensì danno letteralmente luogo alle diverse modalità operate consapevolmente dall’uomo per aver cura della propria esistenza e della terra.

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Mattia Mognetti, Istigkeit #33

2. NEL BUIO DELLA CANTINA

In ambito psicologico si evidenzia come nel costruire e nell’abitare risiedano dei valori inconsci che a volte riemergono, dal momento che ogni edificio in potenza si presta a rappresentare un diagramma psicologico capace di guidare scrittori e psicanalisti rispettivamente nel descrivere e analizzare la topografia dell’anima umana. Ne è esempio l’immagine della “casa onirica” proposta da Gaston Bachelard, che si struttura intorno alle due polarità della soffitta e della cantina, metafore della razionalizzazione e dell’inconscio; in essa la cantina costituisce il luogo dove dimorano indisturbate le paure, le follie e le tragedie umane:

Nella nostra civiltà che porta dappertutto la luce, che mette l’elettricità in cantina, non è più possibile scendere in cantina col candeliere in mano. L’inconscio invece non si sottopone ad alcun processo di incivilimento, prende il candeliere per scendere nel sotterraneo.

Gaston Bachelard, 1957

La posizione di Bachelard sulla poetica “irrazionale” dello spazio è affine alla visione della psicologia analitica, che eleva l’inconscio da mero “ripostiglio di desideri repressi” a sfera reale e vitale per l’uomo tanto quanto può esserlo la sfera conscia. La prima è però più estesa e ricca della seconda, al punto da influenzarla con una moltitudine di pensieri, impressioni e immagini che rimangono oscurati solo temporaneamente: assorbito dal desiderio di scoprire i meccanismi del pensiero razionale, l’uomo dimentica di interrogarsi su cosa la psiche inconscia pensi di lui. Ma tutto ciò che sparisce dal campo della coscienza umana non cessa di esistere, così come l’auto che curva dietro l’angolo della strada non è scomparsa nel nulla.

L’essere umano si pone in relazione con l’ambiente circostante mediante un atteggiamento conscio (azione intrapresa dalla psiche in una determinata direzione) e una controreazione inconscia (energia repressa). Quando tali componenti non risultano integralmente connesse fra loro si verifica una dissociazione che compromette la stabilità psico-fisiologica e la qualità di ciò che egli costruisce: gli edifici formalisti, le infrastrutture utilitaristiche, le città diffuse e i paesaggi disgregati sono tutte manifestazioni di una edificazione patologicamente dissociata e sistematicamente ignorata dai comportamenti automatici e ripetitivi – inconsapevoli – di individuo e società.

A tale processo corrisponde una progressiva disumanizzazione del mondo, al cui interno l’uomo-costruttore si sente isolato poiché ha perduto la propria “identità inconscia”: finché non prende consapevolezza del lato oscuro insito nella propria natura e nell’epoca contemporanea, egli non può recuperare le implicazioni simboliche dei fenomeni naturali né l’energia emotiva sprigionata dal contatto con essi. Tutto ciò finisce per minacciare la sua stessa sopravvivenza:

L’uomo è costretto a seguire inevitabilmente i suggerimenti della sua mente scientifica e inventiva e a inebriarsi delle proprie splendide conquiste. Contemporaneamente, però, il suo genio rivela una terrificante tendenza a inventare cose che diventano sempre più pericolose, in quanto suscettibili di trasformarsi in micidiali strumenti di un suicidio universale.

Carl Gustav Jung, 1967

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Stephen Nova, House & Garden (See/Saw), 2013

3. COSTRUZIONI PERTURBANTI

In ambito architettonico si registra a partire dal Novecento una deformazione consapevole del concetto di spazio, derivante dalla cultura letteraria e psicologica del secolo precedente: i romanzi di Edgar Allan Poe si strutturano intorno ai temi dell’inquietudine e dell’oscuro nella vita quotidiana, mentre dagli studi di Sigmund Freud emerge l’idea dello spazio come estensione fisica dell’apparato psichico, sulla quale si proiettano inevitabilmente le nevrosi e le fobie da cui è afflitto l’uomo moderno [Tescione, 2003]. Per effetto di tale deformazione concettuale, la produzione architettonica degli ultimi decenni si caratterizza per un uso cosciente di forme architettoniche volontariamente perturbanti che attraverso l’uso ironico della trasparenza e della griglia – elementi simbolo dell’urbanistica moderna – mettono in crisi il mito della democrazia e della razionalità svelando il lato oscuro della società. La costruzione si è trasformata da contenitore spaziale a proiezione patologica: claustrofobia nello spazio architettonico, agorafobia nello spazio urbano [Vidler, 2000]. In opposizione alla distorsione dello spazio come espressione artistica del disagio contemporaneo, risuona ancora oggi il monito all’edificare come risultato della capacità di costruire:

Il nostro compito è essenzialmente quello di liberare la pratica costruttiva dal controllo degli speculatori estetici e restituirle quel che dovrebbe essere in via esclusiva: costruzione. Edificazione è uguale a costruzione, e arte al raffinarsi di quest’ultima; non c’è altro.

Ludwig Mies van der Rohe

Il discorso sulla componente irrazionale del costruire è stato recentemente riaperto mediante una trasposizione nella disciplina architettonica del concetto di “inconscio politico”, coniato dal critico Fredric Jameson, allo scopo di riannodare nella pratica costruttiva il legame tra estetica, politica e cultura: soltanto riconoscendo ogni costruzione come un “atto socialmente simbolico” è possibile individuare soluzioni che consentono all’architettura sia di opporsi alle condizioni spesso inconsce che la producono sia di non contribuire anche inconsapevolmente al perpetuarsi della logica capitalistica [Lahaiji, 2011].

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Daniel Libeskind, Museo Ebraico, Berlino

4. PROGETTARE CON L’INCONSCIO

Poiché non possiamo fare a meno di abitare i luoghi a cui ci consegna l’esistenza, la costruzione e la cura degli edifici esigono sempre la consapevolezza nel progettare le configurazioni di senso e le geometrie dell’intimità. L’atteggiamento conscio acquisito nel corso dell’adattamento umano all’ambiente originariamente ostile tende a permanere e mutarsi in abito mentale; e poiché difficilmente si attua una revisione critica sul rapporto tra uomo e ambiente costruito, accade che gli individui – siano essi progettisti, costruttori o abitanti – diventino attori acritici e insensibili nel loro abitare la terra. Questo si traduce in una carica inconscia latente pronta a esplodere, la quale però contiene in sé alcuni elementi ancora allo stato embrionale che in alcuni casi potrebbero sostituire efficacemente il comportamento razionale [Aite, 1978].

Esiste dunque una progettualità implicita nell’inconscio?

Gaston Bachelard auspica di dare una buona coscienza all’immaginazione progettuale, nonché di farle svolgere il ruolo di sollecitazione psichica attraverso il libero impiego di mezzi espressivi e immagini oniriche; ma occorre anche costruire spazi dove gli abitanti possano dare liberamente forma ai propri elementi consci e inconsci. In definitiva, il vero interrogativo per il presente non è quello proposto all’inizio bensì il seguente: fino a che punto edifici, infrastrutture, città e paesaggi sono concepiti e costruiti oggi come spazi per immaginare?

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Coop Himmelb(l)au, design concept of UFA Cinema Center, Dresda

Riferimenti

AITE Paolo, Uno spazio per immaginare, in «Rivista di Psicologia Analitica», vol. VI, n. 18, 1978, numero monografico Per una simbolica dell’ambiente, pp. 43-53.

BACHELARD Gaston, ed. it. La poetica dello spazio, Bari, Edizioni Dedalo, 1975 (ed. originale 1957).

DUQUE Félix, ed. it. Abitare la terra. Ambiente, Umanismo, Città, Bergamo, Moretti & Vitali, 2007.

JUNG Carl Gustav, ed. it. L’uomo e i suoi simboli, Milano, TEA, 2013 (ed. originale 1967).

LAHIJI Nadir (a cura di), The Political Unconscious of Architecture. Re-opening Jameson’s Narrative, Ashgate, 2011.

TESCIONE Eugenio, Architetture della mente. Brani scelti di letteratura psicoanalitica, Universale di Architettura, n. 123, Torino, Testo & Immagine, 2003.

VIDLER Anthony, ed. it. La deformazione dello spazio. Arte, architettura e disagio nella cultura moderna, Milano, Postmedia Books, 2009 (ed. originale 2000).

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